A chi figli e a chi figliastri

di Luigi Vietri

Il TG Sole 24 di Casa del Sole TV, pubblicava un servizio il 2 dicembre 2021 (qui) in cui si parla di qualcosa che di certo avrà lasciato gli spettatori sdegnati e perplessi, ovvero la discriminazione che i positivi all’HIV sono ancora costretti a subire, sebbene la loro malattia sia divenuta negli anni sempre più curabile. Nello specifico, un sondaggio condotto da Gallup (società di analisi e consulenza americana con sede a Washington, D.C. Fondata da George Gallup nel 1935. Fonte: Wikipedia) su più di 55.000 persone in cinquanta paesi, ha evidenziato che circa il 40% degli interpellati si dimostra favorevole alla segregazione dei sieropositivi sul lavoro e che ben sei persone su dieci renderebbero obbligatorio il test HIV prima di ogni possibile assunzione. Ciò ha giustamente messo in allarme l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), la quale si è da subito mostrata molto critica, mettendo tra l’altro in evidenza la scarsità di informazioni e l’ignoranza che ruota intorno alla malattia in questione (articolo completo qui).

Chidi King, capo del Servizio dell’uguaglianza tra donne e uomini, della diversità e dell’integrazione (GEDI) dell’OIL, ha detto:

«Il mondo del lavoro ha un ruolo chiave da svolgere. Lo stigma e le discriminazioni sul luogo di lavoro emarginano le persone, spingono le persone sieropositive verso la povertà e minano l’obiettivo del lavoro dignitoso».

Il titolo, a chi figli e a chi figliastri, è un modo di dire proprio della mia terra partenopea e trova l’equivalente nel più conosciuto detto “due pesi e due misure”. A capire il perché l’abbia scelto ci sta poco. Mentre ci si indigna e a ragione della discriminazione di una categoria, ci si dimentica con estrema nonchalance della stigmatizzazione, vessazione, strumentalizzazione e ghettizzazione che sempre più, giorno dopo giorno, subiscono i cosiddetti “no-vax”, termine affibbiato dal mainstream a chi, in piena coscienza, ha deciso di non fare del proprio corpo una cavia da laboratorio e della scienza dettata dalle case farmaceutiche un dogma di fede, non conoscendo le conseguenze che il cosiddetto “vaccino”, più propriamente terapia genica sperimentale, potrebbe dare nel breve, medio e lungo termine. E basterebbe leggere i bugiardini dei farmaci in questione ed il foglio del consenso informato, non parliamo certo di fantascientifiche congetture.

Qualcuno potrebbe obiettare a queste mie parole dicendo che l’HIV è tenuta sotto controllo dai farmaci e che anche il virus Sars-Cov-2 lo sarebbe, se tutti si inoculassero il siero magico. Beh, quel qualcuno mi scuserà ma a mio avviso, se smettesse di ascoltare le voci del mainstream e cominciasse ad osservare a più di un palmo dal suo naso, vedrebbe scorrergli davanti tutte le terapie (di certo più che collaudate nel corso degli anni) che hanno salvato decine di migliaia di vite con una percentuale di insuccesso quasi inesistente, dovuta al fatto che alcuni pazienti avevano deciso di contattare il dottore quand’era ormai troppo tardi (non perché stupidi ma perché vittime di mala informazione e mala sanità). Parlo delle cure domiciliari adottate, per fortuna, da molti medici, compresa la plasmaferesi del defunto prof. De Donno. E se il “vaccino” protegge dal COVID-19, come si spiega che i “pluri-dosati” debbano ancora portare le mascherine, possano ancora contagiarsi e contagiare? Chi prima d’ora si è mai sottoposto ad una cura che viene spacciata per miracolosa ma che di fatto non cambia nulla? Il perché è lampante: la libertà. Quella di poter uscire con gli amici, di prendere mezzi pubblici, di andare in discoteca… sempre che tu ti faccia il richiamino periodico, s’intende. All’anima della libertà!

Parliamoci chiaro dunque, il problema c’è e si chiama “no-vax” e… ma no, ora sto esagerando. In effetti non si è costretti (per ora) a farsi inoculare, c’è ancora facoltà di scelta. Certo, se non lo fai, non puoi andare al cinema, al ristorante, a ballare, non puoi salire sui mezzi pubblici, non puoi nemmeno lavorare… Beh, per alcune di queste cose basta ancora il tampone e poi, alla fine, non è che ti sia imposto nulla, la scelta è tua. Come accadeva proprio con la tessera del partito fascista, circa un secolo fa. Bei tempi da rivivere insieme!

Luigi Vietri.

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