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L’ECONOMIA DEL DONO

La pandemia del Covid, il conseguente lockdown e la grande crisi economica che ne consegue, devono spingerci a delle riflessioni.

Il problema non è solo il virus, che certo va affrontato con specifici provvedimenti. La chiusura forzata dovrebbe anche averci costretto a riflettere sul modello sociale ed economico nel quale viviamo.

Quanto sta accadendo deve essere per ogni persona che abbia a cuore il proprio futuro un cambio di paradigma. Non si tratta di discutere se è meglio il liberismo sfrenato o lo statalismo, la decrescita felice o un modello post keynesiano.

Si tratta di porre le basi al diritto di ognuno alla felicità, un diritto che dovrebbe essere inserito nel dettato costituzionale e invece in questi mesi è stato del tutto disatteso.  E’ accaduto di dover scegliere chi curare, di decidere chi mettere in terapia intensiva e chi lasciare al suo destino, perché l’attuale modello ha portato all’incapacità di garantire uno dei diritti essenziali in uno Stato civile, come quello alla salute.

Molto più semplicemente si tratta di fare un grande salto di qualità, un ritorno alle origini.

Dall’egoismo e dall’egocentrismo, alla solidarietà e alla mutualità.

Dal concetto “mors tua vita mea” a quello “io sono perché noi siamo”

Il video che puoi vedere qui sotto spiega meglio di ogni scritto cosa significa aiutare il proprio vicino.

Sappiamo comunque molto bene che non è assolutamente facile comprendere un modello che è esattamente opposto all’attuale, ma non vi è ombra di dubbio che il modello in cui viviamo sia arrivato al capolinea.

E’ sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo: un sistema paese che non è in grado di garantire l’assistenza sanitaria, che non è in grado di garantire la sussistenza, che lascia allo sbando i cittadini, che revoca completamente le libertà personali, che distrugge in pochissimo tempo un intero tessuto economico. Un sistema dove la casta detiene privilegi inaccettabili, mentre il popolo è ridotto alla fame.

Non siamo però tra coloro che amano scendere in piazza con i forconi, tra coloro che amano gridare, senza proporre soluzioni concrete.

Ed è per questo che desideriamo dimostrare con esempi concreti quello che sosteniamo.

Il primo è un’azienda agricola sociale inclusiva e sperimentale a Poggio San Lorenzo nella quale verrà attuato il modello economico che proponiamo, il secondo è il progetto dell’ARCA del DONO.

La dimostrazione concreta che l’economia del dono non è un sogno ma un percorso attuabile.

Un percorso che attraverso la partecipazione ad un progetto comune per la costruzione del villaggio diffuso, permette ad ognuno di realizzare il proprio sogno.

Se vuoi saperne di più contattaci: arca@comunitaetica.it

 

La storia del paradiso e dell’inferno di Mahatma Gandhi

 

Il video dei lunghi cucchiai realizzato dalla Caritas e che utilizziamo per gentile concessione, riassume la storiella del Paradiso e dell’Inferno scritta da Gandhi.

Immagine che contiene uomo, persona, occhiali, fotografia  Descrizione generata automaticamente Un sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: 

“Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno” Dio condusse il sant’uomo verso due porte. 

Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. 

C’era una grandissima tavola rotonda. 

Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenete cibo dal profumo delizioso. 

Il sant’uomo senti l’acquolina in bocca. 

Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. 

Avevano tutti l’aria affamata.

Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. 

Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. 

Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. 

Dio disse: “hai appena visto l’Inferno”. 

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. 

Dio l’apri. 

La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. 

C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. 

Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. 

Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo. 

Il sant’uomo disse a Dio: “Non capisco!”

E’ semplice, rispose Dio, essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire sé stessi, ma permette di nutrire il proprio vicino. 

Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri!

Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi. 

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura….. La differenza la portiamo dentro di noi. 

“Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi. 

I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. 

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. 

Mahatma Gandhi  

 

Debito e Moneta: la favola di Kalecki

Per comprendere l’economia della condivisione e del dono è necessario addentrarsi nella comprensione delle regole dell’economia e in particolar modo della natura “politica” della moneta come strumento di scambio di beni e servizi. 

L’importanza della sua circolazione nel circuito economico di un Paese, è uno degli aspetti di importanza imprescindibile. Concetti mai resi noti al grande pubblico e resi di difficile comprensione perché nella loro spiegazione viene adottato un idioma complesso, costituito da grafici, numeri, tabelle e statistiche, ma che potrebbe essere molto più afferrabile ed immediato.

A favorire questa semplificazione sono utili le storie e in particolare in merito a questo argomento, ve ne è una molto interessante, che potrebbe enucleare tutti gli aspetti elementari, e per ciò stesso più nascosti, della natura della moneta e del concetto di debito cui essa si riferisce: la favola di Kalecki. 

Immagine che contiene persona, fotografia, uomo, donna  Descrizione generata automaticamente

Michal Kalecki fu un importante economista polacco del XX secolo, capace di fornire un “punto di vista alternativo” rispetto alla narrazione neoclassica, la quale commetteva l’errore fondamentale e basico di partire dalla struttura microeconomica per andar cercando soluzioni di livello macroeconomico. Ma i due universi, per quanto tangenziali e reciprocamente coinvolgenti, non possono fornire le medesime soluzioni a problemi di natura differente.

 

Lo studioso di Lodz fu in grado, nella sua vita, di creare un connubio fra le teorie economiche di Karl Marx e quelle che sarebbero venute in essere con la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Giungendo alle medesime conclusioni del grande pensatore britannico: il corretto usufrutto degli strumenti economici – umana invenzione, ed analisi del reale – può benissimo indirizzare le infinite potenzialità degli uomini, le loro risorse e la loro tecnica alla piena occupazione, e con essa alla piena e diffusa dignità ed emancipazione della vita di ogni individuo.

Kalecki, con i suoi studenti ed i suoi interlocutori, si serviva spesso di storie tratte dalla realtà, od ispirate ad essa, per avvalorare le proprie tesi. Una delle più famose fu, senza ombra di dubbio, quella raccontata negli anni Sessanta ad un suo studente e riguardante la visita di un ricco ebreo ad una locanda nella Polonia dell’Est durante gli anni trenta.

 

Nel 1935 in Polonia, a seguito della morte di Jozef Pilsudski, una giunta di militari prese il potere, con l’intenzione di mantenerlo saldo attraverso una politica economica che desse loro credito presso la popolazione, una buona parte della quale era ridotta alla miseria. Per farlo, i colonnelli chiamarono un collega di Kalecki, Ludwik Landau, affinché spiegasse ai loro responsabili il funzionamento basilare della macroeconomia, delle sue peculiarità e delle sue sezioni (debito, credito, produzione, occupazioni, cicli e via discorrendo).

Il professore provvide a dare loro tutti i concetti e le spiegazioni di cui avevano bisogno, senza tuttavia ottenerne risultati soddisfacenti. Così, optò per cambiare strategia. Decise di raccontare una storia, con la quale avrebbe illustrato gli effetti delle sue teorie nella realtà quotidiana dei cittadini: non poteva che essere ambientata, naturalmente, nel loro Paese.

 

“All’epoca, la Polonia orientale stava vivendo un periodo di profonda difficoltà, in mancanza di lavoro e di risorse. In particolare, una piccola cittadina ebraica ne era l’emblema: i suoi cittadini continuavano a vivere di debiti, incapaci di ripagarli e per ciò stesso sempre costretti a cercare di almeno galleggiare nella loro impantanata situazione.

 

Un giorno però, giunse nel minuto paesino un ricchissimo e pio ebreo, che si registrò alla locanda lì presente, l’unica nei paraggi che potesse ospitarlo. Egli ebbe premura di pagare subito il conto, lasciando in custodia all’oste una banconota da 100 dollari per la sua lunga permanenza. Tuttavia, per motivi del tutto ignoti ed in via del tutto inaspettata, egli partì il giorno dopo, senza lasciare tracce né indicazioni sulla protezione dei soldi che avrebbe voluto lì investire.

Passato qualche giorno, l’oste non vide arrivare l’ebreo alla sua locanda, e pensò che non avrebbe più fatto ritorno. Così, decise di dare seguito alla piccola fortuna che aveva in mano, quei 100 dollari che non avrebbe più potuto restituire, in mancanza del fruitore che glieli aveva dati in custodia. Pagò gli arretrati che aveva con l’emporio del posto, e rifornì la sua piccola attività di nuove cibarie da dare e cucinare agli ospiti. Il gestore dell’emporio, contento di quanto era riuscito sia a riavere sia ad ottenere, dette la banconota alla moglie perché la sorvegliasse e preservasse. Tuttavia, la donna non gli dette ascolto, e li spese dalla sarta del paese, la quale era in credito con lei di diversi abiti su misura, ai quali aveva lavorato assiduamente e con impegno.

Felice di aver visto il proprio lavoro finalmente ripagato, la sarta sfruttò quei 100 dollari per pagare gli arretrati al suo padrone di casa, che nel frattempo si era fatto insistente nelle sue richieste di pagamento. Anche costui scelse per l’investimento di quei soldi, con quella che Fabrizio De Andrè avrebbe cantato come la “bocca di rosa” del villaggio, per i suoi pregevoli servigi.

La donna fu a sua volta estremamente contenta di aver ottenuto una così alta somma di denaro, in quanto essa consisteva esattamente nella cifra che doveva restituire all’albergatore locale, nella cui locanda aveva spesso affittato le camere per ospitare i suoi clienti e fare il suo lavoro. In tal modo la famosa banconota da 100 dollari era ritornata a colui che per primo l’aveva avuta e messa a disposizione: l’Oste. 

Peraltro, giusto in tempo: infatti, proprio nel dì in cui egli la ebbe indietro, il ricco e pio ebreo era ritornato nella cittadina, per riprendersela, visto che l’aveva lasciata in custodia, senza infine usufruire dei servizi per cui l’aveva sborsata. Il locandiere tirò un sospiro di sollievo, soddisfatto per il fatto che infine avesse potuto restituirla. Ma, improvvisamente, un colpo di scena gli provocò sgomento e sorpresa. Il ricco ebreo, davanti ai suoi occhi, dette fuoco alla banconota, usandola per accendersi un sigaro, con un lapidario commento: «Tanto era falsa».”

 

Che cosa imparare dunque dal racconto di Kalecki? 

«Esistono due maniere di fare soldi. La prima – la più logica, la più diffusa – è quella di guadagnarli. La seconda è quella di farli. Letteralmente, di crearli dal niente, come fa la BCE, che su un pezzo di carta di nessun valore scrive il valore che da quel momento dovrà avere». E come fanno in parte le Banche commerciali italiane attraverso quella che viene chiamata “moneta privata bancaria”. Esattamente l’equivalente di chi stampa soldi falsi ma in questo caso con un clic sul computer. 

 

Ma c’è un altro elemento da imparare da questa favola: che facendo circolare il denaro si può produrre ricchezza ed è quello che accade con il progetto dell’ARCA del DONO. 

 

 

Che cos’è 

Seguendo il filo di queste riflessioni abbiamo messo a punto uno strumento: l’ARCA del DONO

Mutuando la storia dell’Arca di Noè rappresentata nei testi antichi, abbiamo creato uno strumento che possa essere d’aiuto per traghettare chi condivide il progetto di Comunità Etica verso un mondo nuovo, nel quale vengano applicati i concetti dell’economia umanistica, della condivisione e del dono, dove venga utilizzato il FIL (indice della felicità interna lorda) al posto del PIL (prodotto interno lordo), per misurare la prosperità e il benessere di una nazione. 

Uno strumento, che attraverso la circolazione del dono, permetta di raggiungere quella felicità che Aristotele definiva come quell’elemento che consiste nel realizzare la propria natura e nel vivere una vita degna e virtuosa. 

Uno strumento relazionale perché ci mette in contatto con l’altro.

Uno strumento che promuove attraverso la circolazione del “DONO” lo sviluppo di un’economia della condivisione. 

Un luogo in cui le modalità della circolazione del dono non sono soggette ad alcuna intermediazione, ad alcun vincolo contrattuale, economico, commerciale. Uno strumento che nel pieno rispetto delle normative fiscali permette di dare gambe ai progetti associativi e di ognuno di noi. 

Parliamo di circolazione del DONO, non di scambio, perché vogliamo chiarire che non stiamo parlando di baratto, né di scambio immediato (io do una cosa a te e tu dai una cosa a me). 

L’ARCA del DONO è uno strumento che favorisce la creazione del flusso dell’abbondanza permettendo ad ognuno di realizzare il proprio sogno nel pieno rispetto delle normative. E’ l’onda della nuova energia con cui nessuno perde e tutti vincono!

E’ l’onda che permette di raggiungere la felicità. 

E’ l’onda che permette di partire dal Villaggio del Sogno per costruire il Villaggio Diffuso. 

Parliamo di circolazione e non di scambio perché questo è uno strumento nelle mani di ognuno, una pratica che vorremmo facilitasse la creatività, le relazioni, il raggiungimento di condizioni diffuse di benessere. 


Come funziona

Pochissime regole, perché deve essere uno strumento semplice a disposizione di chi decide di condividere il progetto di Comunità Etica diventando un socio sostenitore. 

Decidendo poi di sostenere i progetti attraverso una libera donazione, si entra nel flusso dell’abbondanza dove la donazione a sostegno dei progetti dell’associazione, permette di sviluppare la circolazione dei doni tra gli associati facendo in modo che ognuno possa ricevere dei doni che gli permettano di realizzare il proprio sogno. 

La dimostrazione che l’attuazione del paradigma IO SONO PERCHE’ NOI SIAMO  porta ad una economia che garantisce prosperità, giustizia e felicità a tutti in un ambiente sostenibile. 

comunitaetica.it creato da @federicomodica | maggio 2020