La società che vogliamo

Questo era il nostro mondo meno di cento anni fa. Agli occhi delle generazioni più giovani, la società di allora potrà apparire felicemente superata; per coloro che invece hanno qualche anno in più, immagini come queste riportano a ricordi piacevoli ma anche pieni di nostalgia. Perché?

Il tempo scorreva più lentamente e, nonostante l’assenza di tante comodità di cui oggi possiamo godere, il lavoro e l’impegno producevano sempre i loro frutti.

Ci si affidava al proprio ingegno e alla propria fantasia per risolvere i problemi, invece che consultare un motore di ricerca sul web. Ci si affidava alla nostra memoria, al nostro innato senso dell’orientamento o ad una cartina geografica per trovare la strada, anziché a un navigatore satellitare. Il prossimo era sempre disponibile per aiutarci a risolvere anche il più piccolo problema.

Erano i concetti di Famiglia, di Comunità, di Collettivismo e Mutualismo che hanno ormai lasciato il posto alla solitudine e all’individualismo. Una gabbia dorata in cui ci sembra possibile fare qualsiasi cosa e che invece ci vede schiavi ed incapaci perfino di tenere in allenamento il nostro senso critico, pensando non più con la propria testa ma affidandoci al diktat di un pensiero globalizzato.

Nulla contro la tecnologia, allorquando essa venga in aiuto dell’individuo. Dopotutto, ci è sempre stato detto che il progresso tecnologico avrebbe concesso più tempo per noi ma così non è.

La pandemia del Covid, il conseguente lockdown e la grande crisi economica che ne è conseguita, devono spingerci a delle riflessioni.

Il problema non è solo il virus, che certo va affrontato con specifici provvedimenti. La chiusura forzata dovrebbe anche averci costretto a riflettere sul modello sociale ed economico nel quale viviamo.

Quanto sta accadendo deve essere per ogni persona che abbia a cuore il proprio futuro un cambio di paradigma. Non si tratta di discutere se è meglio il liberismo sfrenato o lo statalismo, la decrescita felice o un modello post keynesiano.

Si tratta di porre le basi al diritto di ognuno alla felicità, un diritto che dovrebbe essere inserito nel dettato costituzionale e invece in questi mesi è stato del tutto disatteso.  E’ accaduto di dover scegliere chi curare, di decidere chi mettere in terapia intensiva e chi lasciare al suo destino, perché l’attuale modello ha portato all’incapacità di garantire uno dei diritti essenziali in uno Stato civile, come quello alla salute.

Molto più semplicemente si tratta di fare un grande salto di qualità, un ritorno alle origini.

Dall’egoismo e dall’egocentrismo, alla solidarietà e alla mutualità.

Dal concetto mors tua vita mea a quello io sono perché noi siamo!

Il video che puoi vedere qui sotto (per gentile concessione di Caritas) spiega meglio di ogni scritto cosa significa aiutare il proprio vicino.

Sappiamo comunque molto bene che non è assolutamente facile comprendere un modello che sia esattamente opposto all’attuale, ma non vi è ombra di dubbio che il modello in cui viviamo sia arrivato al capolinea.

E’ sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo: un sistema paese che non è in grado di garantire l’assistenza sanitaria, che non è in grado di garantire la sussistenza, che lascia allo sbando i cittadini, che revoca completamente le libertà personali, che distrugge in pochissimo tempo un intero tessuto economico. Un sistema dove la casta detiene privilegi inaccettabili, mentre il popolo è ridotto alla fame.

Non siamo però tra coloro che amano scendere in piazza con i forconi, tra coloro che amano gridare, senza proporre soluzioni concrete.

Ed è per questo che desideriamo dimostrare con esempi concreti quello che sosteniamo, come la realizzazione di una rete di aziende agricole sociali, inclusive e sperimentali che abbiamo chiamato Villaggio Diffuso.

La dimostrazione concreta che l’economia circolare non è un sogno ma un percorso attuabile.

Un percorso che attraverso la partecipazione ad un progetto comune per la costruzione del Villaggio Diffuso, permetta ad ognuno di realizzare il proprio sogno.

La storia del Paradiso e dell’Inferno (di Mahatma Gandhi)

Il video dei lunghi cucchiai realizzato dalla Caritas, riassume la storiella del Paradiso e dell’Inferno scritta da Gandhi.

Un sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno». Dio condusse il sant’uomo verso due porte, ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. 

C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenete cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo senti l’acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. 

Dio disse: «Hai appena visto l’Inferno». 

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant’uomo disse a Dio: «Non capisco!». «E’ semplice, – rispose Dio – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire sé stessi, ma permette di nutrire il proprio vicino. Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi». 

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura. La differenza la portiamo dentro di noi. Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. 

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo. 

Mahatma Gandhi

Debito e Moneta: la favola di Kalecki

Per comprendere l’economia della condivisione e del dono è necessario addentrarsi nella comprensione delle regole dell’economia e in particolar modo della natura “politica” della moneta come strumento di scambio di beni e servizi. 

L’importanza della sua circolazione nel circuito economico di un Paese, è uno degli aspetti di importanza imprescindibile. Concetti mai resi noti al grande pubblico e resi di difficile comprensione perché nella loro spiegazione viene adottato un idioma complesso, costituito da grafici, numeri, tabelle e statistiche, ma che potrebbe essere molto più afferrabile ed immediato.

A favorire questa semplificazione sono utili le storie e in particolare in merito a questo argomento, ve ne è una molto interessante, che potrebbe enucleare tutti gli aspetti elementari, e per ciò stesso più nascosti, della natura della moneta e del concetto di debito cui essa si riferisce: la favola di Kalecki. 

Michal Kalecki fu un importante economista polacco del XX secolo, capace di fornire un “punto di vista alternativo” rispetto alla narrazione neoclassica, la quale commetteva l’errore fondamentale e basico di partire dalla struttura microeconomica per andar cercando soluzioni di livello macroeconomico. Ma i due universi, per quanto tangenziali e reciprocamente coinvolgenti, non possono fornire le medesime soluzioni a problemi di natura differente.

Lo studioso di Lodz fu in grado, nella sua vita, di creare un connubio fra le teorie economiche di Karl Marx e quelle che sarebbero venute in essere con la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Giungendo alle medesime conclusioni del grande pensatore britannico: il corretto usufrutto degli strumenti economici – umana invenzione, ed analisi del reale – può benissimo indirizzare le infinite potenzialità degli uomini, le loro risorse e la loro tecnica alla piena occupazione, e con essa alla piena e diffusa dignità ed emancipazione della vita di ogni individuo.

Kalecki, con i suoi studenti ed i suoi interlocutori, si serviva spesso di storie tratte dalla realtà, od ispirate ad essa, per avvalorare le proprie tesi. Una delle più famose fu, senza ombra di dubbio, quella raccontata negli anni Sessanta ad un suo studente e riguardante la visita di un ricco ebreo ad una locanda nella Polonia dell’Est durante gli anni trenta.

Nel 1935 in Polonia, a seguito della morte di Jozef Pilsudski, una giunta di militari prese il potere, con l’intenzione di mantenerlo saldo attraverso una politica economica che desse loro credito presso la popolazione, una buona parte della quale era ridotta alla miseria. Per farlo, i colonnelli chiamarono un collega di Kalecki, Ludwik Landau, affinché spiegasse ai loro responsabili il funzionamento basilare della macroeconomia, delle sue peculiarità e delle sue sezioni (debito, credito, produzione, occupazioni, cicli e via discorrendo).

Il professore provvide a dare loro tutti i concetti e le spiegazioni di cui avevano bisogno, senza tuttavia ottenerne risultati soddisfacenti. Così, optò per cambiare strategia. Decise di raccontare una storia, con la quale avrebbe illustrato gli effetti delle sue teorie nella realtà quotidiana dei cittadini: non poteva che essere ambientata, naturalmente, nel loro Paese.

“All’epoca, la Polonia orientale stava vivendo un periodo di profonda difficoltà, in mancanza di lavoro e di risorse. In particolare, una piccola cittadina ebraica ne era l’emblema: i suoi cittadini continuavano a vivere di debiti, incapaci di ripagarli e per ciò stesso sempre costretti a cercare di almeno galleggiare nella loro impantanata situazione.

Un giorno però, giunse nel minuto paesino un ricchissimo e pio ebreo, che si registrò alla locanda lì presente, l’unica nei paraggi che potesse ospitarlo. Egli ebbe premura di pagare subito il conto, lasciando in custodia all’oste una banconota da 100 dollari per la sua lunga permanenza. Tuttavia, per motivi del tutto ignoti ed in via del tutto inaspettata, egli partì il giorno dopo, senza lasciare tracce né indicazioni sulla protezione dei soldi che avrebbe voluto lì investire.

Passato qualche giorno, l’oste non vide arrivare l’ebreo alla sua locanda, e pensò che non avrebbe più fatto ritorno. Così, decise di dare seguito alla piccola fortuna che aveva in mano, quei 100 dollari che non avrebbe più potuto restituire, in mancanza del fruitore che glieli aveva dati in custodia. Pagò gli arretrati che aveva con l’emporio del posto, e rifornì la sua piccola attività di nuove cibarie da dare e cucinare agli ospiti. Il gestore dell’emporio, contento di quanto era riuscito sia a riavere sia ad ottenere, dette la banconota alla moglie perché la sorvegliasse e preservasse. Tuttavia, la donna non gli dette ascolto, e li spese dalla sarta del paese, la quale era in credito con lei di diversi abiti su misura, ai quali aveva lavorato assiduamente e con impegno.

Felice di aver visto il proprio lavoro finalmente ripagato, la sarta sfruttò quei 100 dollari per pagare gli arretrati al suo padrone di casa, che nel frattempo si era fatto insistente nelle sue richieste di pagamento. Anche costui scelse per l’investimento di quei soldi, con quella che Fabrizio De André avrebbe cantato come la “bocca di rosa” del villaggio, per i suoi pregevoli servigi.

La donna fu a sua volta estremamente contenta di aver ottenuto una così alta somma di denaro, in quanto essa consisteva esattamente nella cifra che doveva restituire all’albergatore locale, nella cui locanda aveva spesso affittato le camere per ospitare i suoi clienti e fare il suo lavoro. In tal modo la famosa banconota da 100 dollari era ritornata a colui che per primo l’aveva avuta e messa a disposizione: l’Oste. 

Peraltro, giusto in tempo: infatti, proprio nel dì in cui egli la ebbe indietro, il ricco e pio ebreo era ritornato nella cittadina, per riprendersela, visto che l’aveva lasciata in custodia, senza infine usufruire dei servizi per cui l’aveva sborsata. Il locandiere tirò un sospiro di sollievo, soddisfatto per il fatto che infine avesse potuto restituirla. Ma, improvvisamente, un colpo di scena gli provocò sgomento e sorpresa. Il ricco ebreo, davanti ai suoi occhi, dette fuoco alla banconota, usandola per accendersi un sigaro, con un lapidario commento: «Tanto era falsa»”.

Che cosa imparare dunque dal racconto di Kalecki? 

Esistono due maniere di fare soldi. La prima – la più logica, la più diffusa – è quella di guadagnarli. La seconda è quella di farli. Letteralmente, di crearli dal niente, come fa la BCE, che su un pezzo di carta di nessun valore scrive il valore che da quel momento dovrà avere. E come fanno in parte le Banche commerciali italiane attraverso quella che viene chiamata moneta privata bancaria. Esattamente l’equivalente di chi stampa soldi falsi ma in questo caso con un clic sul computer. 

Ma c’è un altro elemento da imparare da questa favola: che facendo circolare il denaro si può produrre ricchezza.