Via Lucania 13 - 00187 Roma

Perché parlare oggi di resilienza

Nulla sarà più come prima. Non ci sono ancora prove certe che la pandemia che ha sconvolto il mondo sia opera dell’uomo, ma certo è che i poteri che governano il mondo hanno deciso di cogliere il pretesto di una pandemia per trasformare completamente i criteri di governo degli uomini, perché i vecchi modelli stanno andando inesorabilmente verso un declino e non sono più adeguati alle nuove esigenze.

Siamo in una fase di decadenza e crisi e come sempre è avvenuto nella storia la decadenza precede grandi cambiamenti.

Ora i segnali che pervengono fanno ragionevolmente pensare che quello che chiamiamo i “poteri dominanti” che stanno al di fuori e al disopra dei governi dei paesi, abbiano deciso di abbandonare le democrazie unitamente ai loro diritti, parlamenti e costituzioni per approntare un nuovo modello che sostituisca le regole democratiche con dei nuovi dispositivi, con dei nuovi paradigmi che ancora probabilmente non sono chiari nemmeno per chi li sta approntando.

Il disegno non è per nulla chiaro ma è ragionevole pensare che vi sia in atto un grande progetto di controllo e condizionamento sociale che supera e va al di là di ogni regola democratica.

Non sappiamo quali siano le direttrici precise ma i segnali sono fortissimi.

Innanzitutto siamo arrivati, senza che alcuno si sia concretamente ribellato (non a parole) allo stato di eccezione, cioè la sospensione delle garanzie dettate dalla costituzione.

La paura della morte, il terrore sanitario è alla base di questa trasformazione. In questi mesi sono accadute cose mai viste a memoria d’uomo. Si sta forse testando un metodo molto sottile per il controllo delle masse? Credo di sì, l’occasione del Covid sta aprendo nuove prospettive: non è stato necessario far scendere l’esercito nelle strade per mettere agli arresti domiciliari tutti i cittadini, l’uso della forza, l’uso delle armi si è dimostrato non necessario.

Molto meglio altri strumenti, la paura innanzitutto.

Il potere legislativo e di controllo del parlamento è stato annullato, alcuni pilastri, alcuni diritti inalienabili  del nostro paese sono stati senza colpo ferire cancellati o ribaltati. Basti un esempio: mentre prima la salute era un diritto del cittadino, anche se i tagli alla sanità l’avevano ridotta a una cenerentola, ora il paradigma è stato rovesciato. La salute è diventata senza che nessuno si stia opponendo una obbligazione giuridico-economica che deve essere adempiuta a qualsiasi prezzo.

La salute è diventata la nuova religione basata su dei dogmi piuttosto che su degli elementi scientifici, chi la pensa in modo diverso è un eretico e come tale deve essere messo al bando. Non è più possibile mandarlo al rogo o rinchiuderlo in una buia cella di un castello ma deve essere estromesso dai canali della comunicazione.

Se non sei allineato non hai più diritto di parola.

Il nuovo governo ora abbandona le regole democratiche e si basa  su un grande connubio o meglio “inciucio”: la nuova religione della salute e il potere dello stato di emergenza.

Cos’è lo stato d’emergenza?

Senza bisogno di far scendere i carri armati nelle piazze con il cosiddetto “stato di emergenza sanitario” abbiamo subito la più lunga sospensione della legalità nella storia di questo paese e, da notarsi più di ogni cosa, lo abbiamo subito senza che nessuno si sia ribellato: ne i cittadini ne le opposizioni politiche. Tutto è stato vissuto come “normale”. Nemmeno nei paesi totalitaristi sarebbe potuto accadere ciò nel silenzio più assoluto. Questo è stato uno dei periodi più bui della storia italiana e chi lo ha governato ha dimostrato di essere irresponsabile o incompetente e privo di ogni scrupolo etico.

Durante il lockdown  perché chiamarlo come si traduce in italiano, arresti domiciliari, sarebbe troppo forte, sono accaduti dei fatti mai verificatesi in precedenza, dei fatti che in altre epoche avremmo definito come barbarie.

In un articolo del 13 aprile, dal titolo Una domanda, Giorgio Agamben ben rappresenta questa situazione.

Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate. La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.
1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?
2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.
3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.
Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita. 
So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo. Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede. Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?

So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buona fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.

Che fare oggi?

Innanzitutto prendere conoscenza e coscienza e poi diventare parte attiva, non subire, e creare delle realtà economiche e dei circuiti sociali che possano resistere alla barbarie dilagante.

Giacinto Cimolai

Giacinto Cimolai

Nato a Fontanafredda (Pordenone) l’11 marzo 1958. Sposato e poi, come molti, divorziato. Dal 1987 ha operato nel settore del benessere, prima come direttore nei corsi di formazione professionale e poi nella gestione di centri benessere. Nel 2010 incontra Stefania con cui ricomincia una seconda vita e dà inizio al progetto sociale di Comunità Etica. Dal 2017 si dedica dunque alla promozione e allo sviluppo di questo progetto, promuovendolo in tutta Italia. Ha pubblicato tre libri. È il fondatore del servizio di Tutela Legale Etica, uno strumento per difendersi dalla schiavitù del debito. È Presidente della Cooperativa OPES (Organizzazione per la Promozione di un’Economia Sostenibile). Direttore della testata online CambiaMenti. Da sempre attendo alle problematiche sociali, attualmente ricopre il ruolo di Presidente Nazionale di Comunità Etica.
Condividi l'articolo:
Ricevi notifiche
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedback
Leggi tutti i commenti
0
Ci piacerebbe sapere cosa ne pensi. Commenta.x

Iscriviti alla nostra Newsletter

Grazie per il tuo interesse al nostro progetto, che ci auguriamo tu voglia condividere con i tuoi amici e con chi intende contribuire a edificare un nuovo modello di economia e di società.

L’iscrizione alla newsletter è il primo passo per restare in contatto con noi. Seguici anche sulla nostra rivista telematica CambiaMenti all’indirizzo cambiamentionline.com per ricevere un’informazione più completa ed essere aggiornato sulle tante iniziative che abbiamo in cantiere.

Un cordiale saluto, con l’auspicio di annoverarti tra i nostri associati.

Il presidente di Comunità Etica
Giacinto Cimolai